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MamiWata deriva da “Mother Water”, presto trasformata in “Mommy Water”, poi in “Mammy water”, ed infine in “MamiWata”.

Mitologia popolare

In Africa Mamiwata è la Madre delle acque, metà donna e metà pesce, metà terrestre e metà acquatica. Mamiwata è descritta come una bellissima donna autoritaria con lunghi capelli scuri, pelle chiara e occhi irresistibili. Sebbene appaia spesso nei sogni e nelle visioni ai suoi seguaci come una bellissima sirena, può anche essere vista camminare per le strade delle moderne città africane sotto forma di una donna molto bella, magnifica ma sfuggente.

È interessata a tutte le cose moderne; le sue offerte preferite sono dolci, profumi pregiati, occhiali da sole, gioielli e bevande alla moda. Al calar della notte, la si può trovare nel cuore delle grandi città. È anche molto presente nei mercati e soprattutto nei bar e nei luoghi di dissolutezza, sempre nelle vesti di una donna molto bella che conduce gli uomini nella loro follia. Chiede loro fedeltà e segretezza sulla loro relazione. Di conseguenza, l’uomo è costretto ad astenersi dal sesso e se rispetta il patto gli vengono concesse fortuna e salute. Se rifiuta va invece incontro alla rovina, alla miseria e alla malattia che colpiranno lui e i suoi familiari. Nel folklore congolese, incarna anche una prostituta che tenta e perverte gli uomini.

Nella diaspora, è conosciuta come Watramama in Suriname e Guyana; Mamadjo a Granada; Yemanya / Yemaya in Brasile e Cuba; La Sirène, Erzulie e Simbi ad Haiti; Lamanté in Martinica; Madre dell’acqua in Guadalupa.
 
Rappresentazione

Questa sirena è una delle poche divinità della mitologia africana ad essere rappresentata, pittoricamente parlando, in tratti e forme ricorrenti. Gli Dei del pantheon Yoruba sono quasi gli unici ad avere effigi e rappresentazioni umane. Ricordiamo che una delle caratteristiche della spiritualità africana è la sua capacità di “animare” oggetti ed esseri appartenenti al mondo animale, vegetale o minerale, riconoscendo loro un’anima e un’esistenza propria. Ma anche investendoli di poteri e simboli, permettendo agli uomini di comunicare con il mondo “invisibile”, quello dei morti e degli spiriti.


I miti delle origini, della creazione, della cosmogonia, che spiegano la nascita, l’essenza e il significato del mondo, sono simboleggiati, nella maggior parte dei popoli africani, da elementi naturali come l’acqua, la terra o il fuoco, da totem animali che incarnano l’essere primordiale, da personaggi ancestrali, eroici o leggendari. La maggior parte degli elementi che compongono il loro universo spirituale sono quindi già nella natura, è la natura stessa.
 
Essere ibrido

Mamiwata, oltre ad essere un essere ibrido, è una divinità aliena. Straniero agli uomini ed estraneo alla natura. È una creatura soprannaturale, perché incarna l’intersezione di tre mondi: animale, umano e spirituale. Questo ibridismo, che di fatto è una deformità perché fa di Mamiwata un “mostro”, paradossalmente le dona tutti i suoi poteri.

Mamiwata è anche l’unica divinità africana venerata o conosciuta in uno spazio geografico che riunisce culture e popoli diversi come gli Ibo della Nigeria, i Fons del Benin, i Batangas del Camerun, gli Ewe del Togo e i Kongo della RDC. Nonostante sia oggetto di diversi culti e sia attaccata a simboli ben precisi secondo etnie, credenze, ma anche estrazione sociale, possiamo dire che Mamiwata è una dea “panafricana”.


Sulla base della posizione “costiera” dei Paesi dove il culto di Mamiwata è più diffuso, ovvero Golfo di Guinea, per Nigeria, Ghana, Benin e Togo, e Centrafrica per Camerun e RDC, alcuni ricercatori sono giunti alla conclusione che Mamiwata, nella sua rappresentazione moderna, appare per la prima volta in Africa nel XV secolo, quando gli europei si avvicinarono alle coste del continente nero.
 
Spiritualità

Le divinità acquatiche e lacustri erano ampiamente rappresentate in Africa occidentale come in Africa centrale. Gli ndi mmili, spiriti dell’acqua, erano adorati nella cultura Ibo della Nigeria, mentre nella civiltà Kongo questi spiriti erano chiamati mbumba, e spesso si riferivano a un grande serpente mitico. La divinità Mamiwata fu integrata nel pantheon degli dei preesistenti di vodun sulla base di una o più divinità dell’acqua, ma soprattutto attraverso il culto Dan del pitone reale, praticato dai Mina, dagli Ewe, dagli Adja, dai Fon, gli Yoruba e gli Ibo.


La religione Vodun ha attraversato l’Atlantico con gli schiavi africani durante quasi quattro secoli di commercio, per cui la sirena Mamiwata è anche molto presente in alcuni culti della diaspora nera. In particolare, quelli di Candomblé in Brasile, dove porta il nome di Yemanja, e quelli di Santeria a Cuba, dove i discendenti degli schiavi africani la chiamarono Yemoya.

Mamiwata è quindi una sottile combinazione di credenze africane e immagini sia europee che indiane. L’aspetto “straniero” di Mamiwata è sempre stato fortemente enfatizzato nella sua rappresentazione pittorica, come simbolo degli sconvolgimenti culturali provocati dalla tratta degli schiavi e dalla colonizzazione europea.
 
Mamiwata, simbolo dell’influenza negativa del mondo esterno

Mamiwata, come allegoria del potere coloniale e della violenza, simboleggia l’influenza negativa del mondo esterno sui valori africani. La dea proviene dal mondo delle acque, dei mari, degli oceani attraverso il quale sono arrivate le prime navi portoghesi, poi olandesi, inglesi e francesi, che hanno trasportato milioni di africani poi schiavizzati nelle Americhe, e hanno imposto i loro poteri politici, economici e culturali. Sebbene la sua rappresentazione fisica e il simbolismo varino tra le culture, nella sua rappresentazione più comune, tutto in Mamiwata ricorda i periodi coloniali e contemporanei.

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